17 mar 2016

I kanji




Tra tutte le caratteristiche della lingua giapponese, i kanji sono sicuramente quella che più salta all'occhio. Questi segni così particolari ed esotici esercitano un certo fascino sia su chi studia la lingua sia su chi non la conosce, e tra quest'ultima "categoria" di persone in particolare non è raro che si crei confusione, convinzioni sbagliate, soprattutto in rapporto alle altre lingue asiatiche. Basti pensare a quanto spesso le persone confondano il Cinese e il Giapponese! In realtà le due lingue sono tra loro molto diverse, ma se i kanji esistono è proprio grazie alla Cina.
Nella lezione di oggi ci soffermeremo proprio su questo argomento!


La Spada di Inariyama prende il nome dalla tomba
in cui fu riesumata; un'analisi a raggi-x ha permesso
di rilevare un'iscrizione in oro sulla lama, composta
da 115 caratteri cinesi! {Source: uraken.net}
Le origini dei kanji e il loro sviluppo
I kanji del giapponese non sono nati in Giappone, bensì hanno origini "continentali". È proprio la Cina degli Han, una delle più importanti dinastie, che i giapponesi presero come modello di riferimento per tanti ambiti, compreso quello della scrittura. Secondo la tradizione i "caratteri degli Han" (è questo il significato del termine kanji 漢字) giunsero nell'arcipelago all'incirca attorno al III secolo d.C. per merito di uno studioso coreano di nome Wani; la Corea, grazie alla sua posizione strategica, era infatti un tramite molto importante tra Cina e Giappone. Di questi caratteri strani e affascinanti nell'arcipelago si sapeva ben poco all'inizio, ci si limitava a copiarli così com'erano per scopi puramente estetici, applicandoli su manufatti quali statue o oggetti metallici chiamati kinsekibun 金石文 ("testi su oro e pietra"). Con il passare del tempo, verso il V secolo, il cinese classico acquisì sempre più prestigio negli ambienti "alti" della società giapponese, divenendo appannaggio solo per chi vi occupava un posto di rilievo, per lo più uomini (alle donne infatti questa lingua era preclusa), ed era utilizzato principalmente per la redazione di documenti amministrativi o componimenti poetici.
I caratteri cinesi venivano presi a volte "per intero", mantenendone cioè grafica, significato e suono (kango 漢語, "parole cinesi"); altre volte invece si prendeva solo la scrittura e il suo significato, e il suono veniva sostituito con il corrispondente termine giapponese. Vennero, insomma, adattati a una lingua parlata già esistente, il che creò non poca confusione: uno stesso carattere poteva avere significato e lettura diversi a seconda del tipo di testo in cui era inserito! Questo problema fu risolto solo con il passare del tempo, quando si cominciarono a fissare letture e significati, e a creare nuovi kanji (i kokuji 国字, “caratteri nazionali”, o wasei kanji 和製漢字) a partire da quelli esistenti, senza andare a prelevarne altri. Di pari passo con questo processo, cominciò a formarsi la prima "bozza" di quello che sarebbe divenuto il giapponese che conosciamo oggi: testi "ibridi", scritti utilizzando sia i caratteri degli Han sia un nuovo tipo di scrittura autoctona, nata nell'ambiente femminile di corte: i kana.
Oggi i kanji sono tantissimi, nell'ordine delle decine di migliaia. Non occorre certo memorizzarli tutti per comunicare in giapponese, ma è importante conoscere almeno una buona base se vogliamo poter leggere e scrivere in questa lingua. A tale proposito, il governo giapponese ha stilato una lista dei caratteri che sarebbe opportuno sapere, i cosiddetti jōyō kanji 常用漢字, ossia i "kanji di uso comune", che attualmente sono 2136. Prima ancora di iniziare a imparare tutti questi termini, però, è il caso di fare almeno un paio di passi indietro, e cominciare a buttare uno sguardo sul loro ruolo nella grammatica.


I kanji nel giapponese
Nelle lezioni su cui ci siamo soffermati finora, come per esempio quelle sui verbi, di kanji ne abbiamo visti eccome, anche se non li abbiamo spiegati a dovere. Oltre che nelle radici verbali i kanji si possono trovare anche in quelle degli aggettivi, oppure possono essere semplicemente usati nei vocaboli.
Un'altra loro caratteristica, che ha origine dal cinese, è la presenza dei radicali. Un radicale è un "segno", a volte è composto da una sola parte di un carattere, altre volte può corrispondere a un kanji intero. Possiamo considerare i radicali come la "radice" dei kanji, la parte che attribuisce loro un significato in comune con altri, una "sfera semantica". Prendiamo per esempio 桜 (sakura, "ciliegio"): grazie al segno più a sinistra, il radicale 木 (ki, "albero"), sappiamo che questa parola ha a che fare con il mondo delle piante. I radicali quindi aiutano moltissimo a ricordare il significato di alcuni termini, ma la loro funzione non è solo questa: servono anche a classificare i kanji in base al radicale principale di appartenenza.
I radicali, che all'interno di un carattere possono essere più di uno, sono 214 in tutto, e si dividono in tre tipologie:
- Radicali che coincidono con un kanji (come 木, ki, che abbiamo visto prima);
- Radicali che sono la forma stilizzata, rimpicciolita o leggermente alterata di un kanji (come 氵, che viene da 水 mizu, "acqua"; oppure 女 onna, "donna" in 姉 ane, "sorella maggiore")
- Radicali che contengono un carattere al loro interno (come 囲む kakomu, "circondare")

Un'altra cosa indispensabile da sapere sui kanji, forse la più "spaventosa" ma impossibile da ignorare, è che hanno due ordini di lettura: la on yomi (音読み "lettura on") e la kun yomi (訓読み "lettura kun"). La lettura "on" deriva dalla pronuncia cinese di un kanji, e si usa quando questo è in combinazione con altri kanji per formare altre parole; di solito nei dizionari è trascritta in katakana. La lettura "kun", invece, si basa su una pronuncia interamente giapponese, e si usa quando il kanji è usato singolarmente; nei dizionari di solito è scritta in hiragana. Vi interesserà sapere che ci possono essere più letture on e kun per ogni kanji. Ahimè!

Osservando l'immagine, appare chiara la differenza tra le due letture.
Prendiamole separatamente:

Esempio Frase 1:
自転に乗る。
Jitensha ni noru.
Salire sulla bicicletta.

Nel primo esempio jitensha ("bicicletta") costituisce una parola intera, e 車 è solo una parte di essa, per questo si legge sha (on yomi).

Esempio Frase 2:
に乗る。
Kuruma ni noru.
Salire in macchina

Nel secondo esempio 車 da solo costituisce una parola intera (macchina), e quindi si legge kuruma (kun yomi).


Come si scrivono i kanji?
L'ultima importante caratteristica dei kanji riguarda l'ordine dei tratti.
Non siamo affatto a digiuno di questo argomento, ricordate? L'abbiamo considerato per molto tempo quando abbiamo studiato hiragana e katakana, e le regole di scrittura sono le stesse, che ricapitoliamo qui per comodità. Nel tracciare i tratti dei kanji si procede:
- Da sinistra verso destra
- Dall'alto verso il basso
- Dall'esterno verso l'interno
- Staccando la penna dal foglio solo tra un tratto e l'altro

Facciamo una piccola prova, giusto per mostrare quanto detto finora, con il termine 日本 (nihon, "Giappone")!

Lettura on: ニチ (nichi)、ニツ (nitsu)、ジツ (jitsu)
Lettura kun: ひ (hi)
Radicale: 日 (hi, "sole")
Numero di tratti: 4

Lettura on: ホン (hon)
Lettura kun: もと (moto)
Radicale: 木 (ki, "albero")
Numero di tratti: 5






Provate a seguire l'animazione, tracciando un tratto alla volta!
In futuro torneremo più volte sui kanji, cercando di fornire nuovo materiale per il loro apprendimento. Per oggi, dato che abbiamo detto abbastanza, ci fermiamo qui.
Alla prossima! ★



Fonti:
- pp. XVIII-IX dell'Introduzione a cura di M. Mastrangelo, in Grammatica giapponese, edizione Hoepli 2006;
- Chapter 1 in A History of Writing in Japan, a cura di Christopher Seeley;
- Kanji: la teoria, a cura di [GFL] Damon 89; in Hanabi Temple forum.

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