25 apr 2017

Un marzo da leoni

Cover della serie animata
MANGA
Nome originale: Sangatsu no Lion - 3月のライオン
Autore: Chika (o Chica) Umino チカ羽海野
Genere: sport, slice life, seinen
Casa editrice: Hakusensha 白泉社 (Giappone) – Planet Manga (Italia)
Rivista: Young Animal ヤングアニマル (Giappone)
Debutto: 13 luglio 2007 (Giappone) – 10 febbraio 2011 (Italia)
Volumi: 12 (Giappone, in corso) - 12 (Italia, in corso)

ANIME
Diretto da: Kenjirō Okada 堅二朗岡田, Akiyuki Shinbō 昭之新房
Musiche di: Yukari Hashimoto 由香利橋本
Studio: Shaft シャフト
Messa in onda: 8 ottobre 2016 – 18 marzo 2017
Episodi: 22 (conclusa)
Disponibilità: VVVVID

Trama: Rei Kiriyama 零桐山 è un ragazzo molto chiuso e introverso. Occhialuto, magrolino, non è uno che si fa notare. Vive nel Rione Giugno (Rokugatsu chō 六月町), e si mantiene con il suo lavoro di giocatore di shōgi professionista. Frequenta saltuariamente la scuola superiore, dopo essersi preso un anno di pausa. Conduce una vita solitaria e cupa, illuminata però dalla presenza di tre sorelle che si prendono cura di lui.


Di seguito la mia recensione, che verterà sulla serie animata.

Sangatsu no Lion (o 3-gatsu no Lion), tradotto in inglese come March comes in like a lion, ma letteralmente Leone di marzo, è una di quelle storie che faticano a farsi notare. Un incipit che magari non attira l’attenzione, che non invoglia la lettura, e si finisce col passare ad altro, più d’impatto. Così è capitato a me: quando lessi la notizia dell’arrivo in Italia della sua versione cartacea non ne fui poi così colpita. Eppure nel 2011 ha vinto il Premio Manga Kōdansha 講談社漫画賞 e il Gran Premio Manga マンガ大賞, e nel 2014 il Premio Culturale Osamu Tezuka 手塚治虫文化賞. Se è riuscito ad aggiudicarsi riconoscimenti del genere ho pensato che allora non dev'essere un’opera banale, così ho approfittato dell’uscita della trasposizione animata per avvicinarmici. E ne sono stata letteralmente catturata.


Il protagonista Rei Kiriyama {via manga.tokyo}

Un marzo da leoni è una storia di sofferenza, di solitudine, ma anche della fatica di crescere.
La frase che apre i primi istanti di questa storia è crudele e tagliente come una lama: «Ti chiami Zero (Rei)? Un nome davvero adatto a te, che non hai casa, famiglia, amici, un luogo a cui appartenere».
Il protagonista porta un nome che suona come una condanna, come una sconfitta già decretata in partenza. È un ragazzo timido, che riesce a esprimersi praticamente solo attraverso la scacchiera degli shōgi 将棋, sport da tavolo tradizionale giapponese che pratica a livello professionistico. Abita da solo, in un appartamento spoglio, conducendo una vita alquanto precaria e poco salutare, scandita dalle partite che è chiamato a disputare e dal suono lieve del fiume che attraversa la città.
La tristezza che lo attanaglia, benché così giovane, è dovuta ad un passato assai difficile, le cui ferite l’hanno segnato profondamente e continuano ad accompagnarlo nella sua stanca ricerca di un senso nella sua esistenza. Rei infatti, ancora bambino, ha perso i familiari in un incidente d’auto e da quel momento per lui la vita ha perso colore e calore.

Ad alleviare un po’ quel peso che gli grava nel cuore è la presenza delle tre sorelle Kawamoto 川本. La maggiore Akari あかり, di carattere gentile e materno, di giorno assiste il nonno nel suo negozio di dolci tradizionali, il Mikazukidō 三日月堂, e di sera lavora come hostess in un bar di Ginza 銀座, il Misaki 美咲, gestito dalla zia. Accanto a lei ci sono la sorella di mezzo Hinata ひなた, studentessa delle medie dal temperamento solare e aperto, e la sorella minore Momo モモ, una bambina di età prescolare molto dolce e tenera. Le tre vivono nel rione Marzo (Sangatsu chō 三月町), assieme ai loro gatti. Hanno perduto la madre poco dopo la nascita di Momo, mentre del padre non parlano mai. Si prendono cura di Rei come se fosse un loro fratello, preoccupandosi che mangi come si deve e che stia in salute. Tifano per lui ai suoi incontri di shōgi e lo sostengono.
Col tempo la loro casa diventa un rifugio sicuro per il ragazzo, un luogo in cui sa di poter tornare e di essere bene accolto: il loro calore e l'umanità sono un balsamo per il suo animo tormentato, sebbene esse stesse portino a loro volta le ferite del lutto e della perdita. Dalla reciproca presenza sia loro che il ragazzo traggono una sorta di consolazione, un aiuto a non lasciarsi andare alla disperazione.

In casa Kawamoto {via adala-news.fr}

Pian piano nel corso della visione si viene introdotti anche a diversi altri personaggi con cui Rei si rapporta: Harunobu Nikaidō 晴信二海堂, auto-proclamatosi suo rivale e miglior amico, conosce Rei da molti anni, è cagionevole di salute ma molto competitivo; Issa Matsumoto 一砂松本 e Tatsuyuki Misumi 龍雪三角, compagni di Rei all'associazione di shōgi, hanno una cotta per Akari, frequentando spesso il locale presso cui lei lavora; Takashi Hayashida 高志林, insegnante della scuola frequentata da Rei che ha a cuore il ragazzo e la sua situazione; Masachika Kōda 柾近幸田, padre adottivo di Rei e suo maestro di shōgi, e molti altri. Ognuno è un tassello importante nel ristretto mondo del protagonista, ognuno di loro esercita una qualche influenza, positiva o negativa che sia, sulla sua vita.

Gli episodi hanno un ritmo lento, placido come il fiume che scorre sotto la finestra dell’appartamento di Rei, ma non noioso: tra scorci di quotidianità e partite di shōgi, mostrano il cammino pieno d’incontri, legami, gioie e dolori, verso la crescita, l’accettazione del dolore e il suo superamento. Un percorso non facile e non breve, che tuttavia coinvolge lo spettatore facendolo empatizzare con i personaggi.

I lunghi monologhi di Rei lo rendono vicino, quasi una persona tangibile, permettendo di conoscerne sentimenti, pensieri e desideri che tiene dentro di sé. Il suo punto di vista è quello predominante nella narrazione, ma talvolta il focus si sposta su qualche personaggio secondario, aprendo alla possibilità di conoscerlo meglio. Rei e le tre sorelle hanno una caratterizzazione ben definita, chiara e approfondita, ma anche gli altri personaggi hanno il dovuto spazio e non vengono trascurati o ridotti a mere comparse riempitive. Buona parte dell’anime infatti si concentra sui legami che i personaggi instaurano tra loro e con Rei, per cui era essenziale che venissero tutti delineati con cura.


{via manga.tokyo}

I dialoghi e i silenzi sono ben dosati, senza che gli uni sovrastino gli altri. Non mancano i momenti più leggeri e divertenti, che spezzano l’atmosfera malinconica dell’opera, senza però rovinarla o ridicolizzarla. Ci si commuove spesso durante la visione, sentendosi partecipi dei sentimenti che provano i personaggi. Sono molto presenti già a partire dalla opening le metafore acquatiche, soprattutto visive, che rendono bene la sensazione di desolazione in cui Rei si sente affogare, o l’ansia che prova durante un incontro o in un momento di tensione particolare. Di tanto in tanto appaiono anche citazioni e riferimenti, al manga di Sangatsu no Lion stesso, o ad altre opere, come Tonari no Totoro となりのトトロ dello Studio Ghibli.

Visivamente l’anime è uno spettacolo per gli occhi, con fondali che sembrano dipinti ad acquerello, e un uso veramente minimo e impercettibile della computer grafica. Lo stile dei disegni rispetta pienamente quello di Chica Umino, autrice del manga.
Le musiche sono dolci e delicate, nostalgiche, alcune al pianoforte, e ben si accordano con lo stile dell’anime, accompagnando le scene e sottolineandole con garbo. Le sigle di chiusura e apertura sono molto azzeccate, in particolare quelle della prima parte dell’anime.
  • L’opening degli episodi dall’1 all’11 è Answer アンサー del gruppo BUMP OF CHICKEN バンプ・オブ・チキン; 
  • L’ending degli episodi 1-6, 8-11 e 22 è Fighter ファイター, sempre dei BUMP of CHICKEN;
  • L’opening degli episodi 12-22 è Sayonara Bystander さよならバイスタンダー, cantata da YUKI ユキ;
  • L’ending degli episodi 12-21 è Orion オリオン di Kenshi Yonezu 玄師米津.
Una partita di shōgi {via blog.draggle.org}

Il tema portante, come risulta evidente, è il dolore, e il modo in cui conviverci e imparare ad accettarlo. Ma non è l’unico: risaltano anche l’amicizia, i legami familiari che vanno oltre la mera parentela, spesso nel bene ma anche nel male, l’essere competitivi in modo onesto, il rispetto per l’avversario, l’importanza della tenacia e del non arrendersi, la ricerca di una motivazione che ci spinga fuori dalla nostra zona di conforto, per quanto possa comportare esperienze dure.

Molto toccante è anche la spiegazione che viene data in una puntata dell’Obon お盆 (la commemorazione dei defunti, celebrata a luglio o agosto in Giappone), e di una delle consuetudini tipiche di questa festività che, se ovvia per un giapponese, per uno straniero che non ne conosce il significato apparirebbe come una semplice stranezza o curiosità esotica. E la domanda che sorge spontanea al protagonista è la stessa che potremmo porci anche noi: è più giusto cercare di non pensare a chi non c'è più, è meglio immergersi totalmente in un'attività per non ricordare, o invece è giusto tenere accesi quei ricordi, attraverso i riti della memoria, anche se questo vuol dire continuare a soffrire? La risposta non è univoca, ogni persona reagisce in modo diverso, e non è detto che ciò che va bene per alcuni sia accettabile per altri.

E’ una storia che non parla alla mente ma al cuore, che seppur avvolta da una tristezza velata mai esagerata nelle espressioni o nelle rappresentazioni, nasconde un messaggio positivo. Da soli fare pace con se stessi e i propri sensi di colpa, riscattarsi e trovare la serenità è impossibile, ma se ci si lascia aiutare diventano mete raggiungibili. La solitudine dell’anima è tremenda, c’è chi la nasconde dietro un sorriso forzato e la forza di volontà con cui va avanti, e chi dietro un volto impassibile che nulla riesce a smuovere. Ma è un veleno che s’insidia dentro, ed è soltanto uscendo dal guscio e riavvicinandosi agli altri in modo sincero che si può curare. La vita non può essere sempre rosea e felice, ma non deve neppure essere soltanto sofferenza e delusione, bisogna accoglierne entrambe le facce e trarne sempre il meglio. Soltanto così si potrà dire di essere diventati adulti e in grado affrontare i giorni che ci aspettano.

Akari, Hinata e Momo {via reddit}

Una pecca tuttavia c’è: essendo la storia molto incentrata sullo shōgi, appare spesso terminologia che ad esso è associata, e per uno spettatore totalmente profano è difficile riuscire a capirla appieno. Sebbene durante una puntata venga data una piccola spiegazione sul questo gioco e le sue pedine, ciò non è sufficiente a rendere comprensibile il linguaggio utilizzato durante le partite. Né riesce così facile seguire le mosse che vengono effettuate o i loro nomi, e le conseguenti reazioni che suscitano nei personaggi. Ci si sente un po’ sperduti in queste occasioni, si seguono gli incontri e si assiste ai movimenti sulla scacchiera, affascinati dalla ritualità di gesti e posture, ma senza riuscire ad esserne coinvolti come in altri momenti della narrazione. Probabilmente aggiungere delle note esplicative nei sottotitoli sarebbe risultato pesante e controproducente durante la visione, data la complessità delle regole di questo gioco, dunque Dynit ha preferito non farvi ricorso. Sicuramente ciò risulta un po’ frustrante per chi guarda, che vorrebbe riuscire a capire meglio, tuttavia potrebbe suscitare anche la curiosità e il desiderio di conoscere più da vicino questo gioco tradizionale, e incoraggiare le persone a documentarsi a riguardo o, perché no, a provarlo. In fondo esistono anche applicazioni per smartphone in cui è possibile cimentarsi e impararne le regole.

In conclusione, Sangatsu no Lion è un’opera assolutamente di pregio, non perfetta ma davvero interessante, da non lasciarsi scappare. Se non ci si lascia spaventare dal ritmo narrativo lento o dalla complessità del mondo degli scacchi giapponesi, se si amano le ambientazioni quotidiane e le storie realistiche, piene di sentimenti più che d’azione o colpi di scena, è senza dubbio l’ideale. Io che l’ho amata dall'inizio alla fine (aperta, che promette un proseguo futuro, annunciato per ottobre 2017), mi sono emozionata, ho riso e ho pianto coi personaggi.
Non posso che caldamente consigliarla.


{via aminoapps}

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