19 giu 2017

Profumo di ghiaccio

Copertina dell'edizione italiana

TITOLO ORIGINALE: Kōritsuita kaori 凍り付いた香り
AUTORE: Yōko Ogawa 小川 洋子
TRADUTTORE: Paola Scrolavezza
EDIZIONI: Il Saggiatore
ANNO: 2009
PAGINE: 218

Riporta la quarta di copertina: “Ryōko, una giovane giornalista, vuole scoprire le ragioni del suicidio del suo compagno. L’uomo in un laboratorio di profumi creava fragranze conturbanti grazie a un’incomparabile memoria olfattiva e a uno spiccato senso matematico. Gli unici indizi da cui partire sono le frasi enigmatiche trovate in un floppy-disk e l’ultimo profumo, «Fonte del ricordo», creato da Hiroyuki appositamente per lei. Inizia un viaggio a ritroso nel tempo, dalla casa natale del ragazzo fino a Praga, per ricomporre le tessere di un enigma misterioso. Perché Hiroyuki le ha nascosto la verità? Perché non le ha rivelato il suo passato di genio della matematica? Qual è il rapporto tra l’uomo timido e riservato che lei amava e il ragazzo prodigio che pattinava divinamente davanti a un pubblico di fan entusiasti? Ryōko cerca corrispondenze tra due ritratti: quello che la memoria degli altri gradualmente le restituisce e quello che affiora dai propri ricordi, rinnovando i momenti più preziosi del loro amore. Con una scrittura analitica, tagliente e distaccata, Yoko Ogawa avvolge i suoi personaggi in un universo di legami invisibili e misteriosi, dove – come succede nella grande tradizione letteraria giapponese – i destini sono già scritti nei nomi, come il «freddo» nell’ideogramma di Ryōko. In una ambivalenza tra piano reale e immaginario, inconscio e vissuti concreti, Profumo di ghiaccio raggiunge il cuore dei lettori, per dare espressione all’indicibile dolore del vivere. Li conduce nelle profondità delle passioni più intime, dove solo la magia della poesia può arrivare.”


Di seguito, la mia recensione.


🌸


Le parole della traduttrice, Paola Scrolavezza, presentano il testo in modo efficace, cogliendone gli aspetti principali: il suicidio di un uomo e il tentativo della donna che lo amava di capirne le ragioni.

Con un atteggiamento molto giapponese, per chi ha familiarità con questa cultura, Ryōko sopporta il peso dell’assenza di Hiroyuki con stoicismo, senza lasciarsi andare a manifestazioni emotive incontrollate, a parole o azioni impulsive e sconsiderate. In un modo che a chiunque altro causerebbe shock e turbamento, scopre di non aver mai saputo veramente chi fosse l’uomo che aveva accanto. Scopre le molte bugie che questi le ha raccontato su di sé e il suo passato, e le molte cose che le ha taciuto. Invece di lasciarsi andare alla rabbia, ad un senso di ingiustizia e di presa in giro, ne prende atto. Forse, dopotutto, non è così sbagliato: Hiroyuki ormai non c’è più, a che pro fare scenate e arrabbiarsi? Non cambierebbe nulla, non lo riporterebbe indietro, farebbe solamente più male. Non è che Ryōko non soffra, ma semplicemente per pudore e discrezione non lo esterna. Si tratta di una reazione che molto spesso il lettore fraintende, pensando che la tragedia le sia rimasta indifferente. Così non è, come appare chiaro a chi ha la sensibilità di capirlo.

L’accettazione di quanto è accaduto però non porta con sé la rassegnazione: Ryōko nonostante tutto vuole capire. Anche se ora è troppo tardi, per poter andare avanti in un mondo in cui lui non c’è più ha bisogno di scoprire la verità. Chi era davvero quel mago dei profumi, dal temperamento gentile e introverso? Il suo percorso per trovare la risposta sarà un lento viaggio nei ricordi, suoi e delle altre persone che hanno fatto parte della vita di Hiroyuki, ma anche una terapia dell’animo. A guidarla è il profumo che lui le ha lasciato, e brevi appunti celati in un dischetto.
Conoscerà il fratello di Hiroyuki, così simile a lui che stargli vicino acuisce il suo dolore, e la madre, dalla mente fragile, la cui unica consolazione è prendersi cura dei trofei vinti dal figlio come fossero reliquie. Figure entrambe chiuse nel loro mondo, che tirano avanti in qualche modo, ma in cui sembra albergare la rassegnazione.
E il cammino di Ryōko la porterà infine a Praga, sulle tracce degli eventi che hanno cambiato le cose per sempre, e dove probabilmente sono stati gettati i semi di ciò che ha spinto Hiroyuki a darsi la morte. Qui ad accompagnarla sarà il giovane Jeniack, un ragazzino timido e impacciato che parla poco o niente d’inglese, ma che nonostante ciò le farà da guida e le sarà di supporto e aiuto, presenza discreta ma essenziale al suo fianco.

Ad una ad una le risposte arriveranno, non sempre per il percorso più lineare. Alcune però non emergeranno chiaramente: ciò che ha spinto Hiroyuki a togliersi la vita non verrà mai spiegato in modo esplicito, o riassunto in una sola frase, e toccherà al lettore dedurlo tra le righe, nel non detto, nei silenzi e mettendo assieme tutti i pezzi che compongono la figura e la personalità dell’uomo. Un solo interrogativo rimane senza risposta: perché non ha raccontato la verità su di sé alla donna che amava? Non sembra esserci una reale e razionale motivazione, e lui non ha lasciato alcun indizio che possa svelarlo. Semplicemente ha scelto di chiudere il passato in un angolo del cuore e di non condividerlo, rifugiandosi dietro un fragile castello di bugie con cui costruirsi un’immagine di sé diversa. Forse per pudore o paura, forse per incapacità di lasciarsi andare veramente, o per il desiderio di prendere le distanze da chi era stato in precedenza, difficile a dirsi. E alla fine dei conti, non è più così importante ormai, la risposta non potrà più arrivare, dunque tormentarcisi è inutile. Ciò che Ryōko cerca di raggiungere non è il motivo dietro le sue scelte, ma è lo Hiroyuki nascosto, quello che non conosceva, da unire all'immagine di quello che lei ha amato.

È presente anche un elemento soprannaturale, che ammanta la storia di un lato onirico e surreale, rispetto al realismo scarno che la caratterizza per la maggior parte. Qui, per quanto l'impossibile diventi per un momento possibile, nulla potrà cambiare il corso degli eventi, il destino già tracciato e compiuto da Hiroyuki; è piuttosto un'occasione per Ryōko di trovare consolazione e conforto, per quanto precari, alla sua perdita, che un'opportunità di modificare le cose.

{L'autrice; via radionica.rocks}

La scrittura di Yōko Ogawa è asettica, gelida come il titolo dell’opera, e nel raccontare in uno stile così asciutto una storia di dolore e di ricerca di risposte, è alquanto straniante. Non si riesce a empatizzare del tutto: né con la protagonista, di cui leggiamo il punto di vista e i pensieri, ma arriviamo a conoscere ben poco; né con Hiroyuki, la cui figura, che appare all'inizio solo come un freddo corpo ormai rigido steso nel lettino dell’obitorio, acquista lentamente maggior spessore nei ricordi ripercorsi a ritroso, nei misteri scavati e rivelati, ma rimane tuttavia lontana, irraggiungibile. Tantomeno si è in grado di stabilire un legame con i personaggi secondari, che rimangono tutti sullo sfondo, inafferrabili, opachi e insondabili. Proprio per questa mancata empatia, ci si sente semplici spettatori, c’è ben poco coinvolgimento emotivo o partecipazione. Non si realizza un contatto, tra il testo e chi lo legge.

A tenere vivo l’interesse è la scelta di alternare il presente narrativo ai flashback nel passato, che forniscono frammenti di verità a spizzichi e bocconi, tenendo il lettore sulle spine e incoraggiandolo a continuare la lettura per avere il quadro completo. Una scelta azzeccata: una narrazione di tipo più lineare probabilmente avrebbe rivelato la debolezza della storia e annoiato il lettore.
Il finale è piuttosto dolce-amaro, perché in fondo nella vita è questo ciò che succede: si va avanti come si può, senza alcun “miracolo” ad attenderci una volta svelati tutti i retroscena di chi non c’è più, la felicità si farà attendere ancora alla fine del lutto, ma in fondo la speranza che essa torni c’è, discreta, nelle pieghe della quotidianità che si cerca di ricostruire.

In definitiva è una storia particolare, che purtroppo a mio parere non è eccelsa nella qualità e nell'approfondimento psicologico. Si lascia leggere, ma quando si chiude il libro resta poco, se non un’indefinita malinconia.

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