21 set 2017

Hikikomori, ai margini della società

La società del Giappone è conosciuta nel mondo per essere molto esigente nei confronti dei suoi cittadini. Tutto ruota attorno a una buona posizione lavorativa e a un'ottima reputazione, verso cui i giapponesi sono indirizzati sin dal periodo scolastico: a scuola i giovani studenti devono impegnarsi per ottenere buoni voti e avere così accesso alle università più prestigiose e alle migliori aziende del paese. Dare il massimo nello studio e sul posto di lavoro è essenziale per essere accettati e per potersi inserire nella società.
Le pressioni sociali, messe in atto da genitori, insegnanti e datori di lavoro, sono fattori che giocano un ruolo fondamentale nella salute mentale di molte persone che, sempre più spesso, decidono di allontanarsi dalla società. Questo preoccupante fenomeno è presente in Giappone da un paio di decenni a questa parte, e coinvolge giovani e adulti definiti hikikomori.

Cumuli di sporcizia e montagne di oggetti riempiono le case di queste persone {BBC}


Chi sono gli hikikomori?
La parola hikikomori 引きこもりderiva dai verbi hiku 引く (tirare indietro) e komoru 籠もる (ritirarsi), ed è stata coniata per la prima volta in Giappone negli anni Novanta. Essa si riferisce a un problema sociale, e descrive sia il fenomeno che la persona che ne soffre. Il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare definisce gli hikikomori come persone che sono rimaste in casa per almeno sei mesi senza andare a scuola, al lavoro o aver interagito con le altri individui. La durata di questa condizione è variabile da soggetto a soggetto, ma in alcuni casi più gravi l'isolamento può durare anche per decenni.

Lo psichiatra Saitō Tamaki 斎藤環, considerato il maggior esperto sul tema, all'insorgenza del fenomeno si ritrovò ad avere a che fare con un gran numero di genitori, che accorrevano da lui chiedendo aiuto per i propri figli. Questi ragazzi giovani, per lo più maschi sui 15 anni, avevano lasciato la scuola e si rinchiudevano in camera per mesi, a volte per anni. Il fenomeno apparentemente poteva sembrare solo pigrizia adolescenziale, tuttavia Saito evidenziò che i pazienti avevano la volontà di uscire e fare amicizia con i loro coetanei, ma non ci riuscivano in quanto paralizzati da profonde paure sociali. I sintomi variavano da paziente a paziente: alcuni mostravano atteggiamenti infantili, come un attaccamento eccessivo alla madre; altri invece erano ossessivi, paranoici e depressi.

Secondo recenti studi, esistono sei criteri che possono aiutare a identificare un hikikomori:
- L'individuo spende la maggior parte del proprio tempo e pressoché ogni giorno a casa;
- L'individuo evita strenuamente le situazioni sociali;
- I sintomi dell'individuo interferiscono significativamente con la sua routine quotidiana, con l’occupazione lavorativa/scolastica e con le relazioni sociali;
- La reclusione non provoca disagio all'individuo;
- L'isolamento dura almeno sei mesi;
- L’isolamento non è giustificabile da altri disordini mentali.

Una foto di Saitō Tamaki {via imidas.jp}

Nel definire il concetto di hikikomori, bisogna tenere a mente anche due importanti concetti: sekentei e amaeSekentei 世間体 si può tradurre con "reputazione". Come abbiamo già accennato, nella società giapponese essere ben visti dagli altri è fondamentale. Un hikikomori che, a causa di un fallimento, rimane fuori dalla società, perde progressivamente l'autostima ed entra in un circolo vizioso che gli rende sempre più difficile lasciare la propria casa. Di conseguenza, egli sente sempre di più il desiderio di essere accudito, e può sviluppare una sorta di incapacità nel prendersi cura di se stesso (amae 甘え), che si può tradurre in incuria verso la pulizia personale, in una mancanza del desiderio di indipendenza e in picchi di aggressività qualora le sue richieste non vengano soddisfatte.



Numeri e luoghi comuni
Quando Saito iniziò i suoi studi sulla tematica, l’isolamento sociale non era totalmente sconosciuto nella società giapponese, ma veniva trattato come un sintomo dovuto ad altri problemi di base e non come un modello di comportamento a sé a cui dedicare uno speciale trattamento. Solo in seguito si pose attenzione al problema, e nel 2010 in Giappone si stimò la presenza di circa 700 mila hikikomori.

L'età media di questi individui è cresciuta negli ultimi vent’anni anni, arrivando a coinvolgere oggi anche adulti oltre i 40 anni, i cosiddetti "hikikomori di seconda generazione" (cioè coloro che già 20 anni fa erano vittime di questo problema). Una ricerca del 2016 ha stimato che in Giappone 541 mila persone tra i 15 e i 39 anni (escludendo quindi gli over 40) si sono rinchiuse nelle proprie case evitando i contatti sociali. Di questi, il 10,2% ha un’età tra i 35 e i 39 anni, mentre il 34,7% è diventato un hikikomori tra i 20 e i 24 anni.
Il fenomeno è gradualmente diventato di portata nazionale ed ha attirato su di se l'attenzione dei media giapponesi (e non), contribuendo da una parte alla sensibilizzazione verso il problema, dall'altra alla divulgazione di alcuni luoghi comuni non del tutto corretti.

L’immagine stereotipata che si ha degli hikikomori, per esempio, quella dello studente che soffre per il fallimento di un esame o a causa di bullismo, e che per questo decide di farsi da parte. Il fenomeno in realtà riguarda anche i giovani che hanno già concluso il loro percorso di studi, e che in seguito a insuccessi hanno deciso di confinarsi a casa. Molti di essi sono soliti passare il loro tempo nella propria stanza, davanti al computer giocando con i videogiochi, tuttavia alcuni hikikomori utilizzano internet per mantenersi tramite lavori sul web, che gli permettono appunto di non uscire in pubblico. In molti casi la dipendenza da internet, creduta la causa del fenomeno, ne è al contrario una conseguenza.
Tatsuhiro Satō è un hikikomori protagonista dell'opera "Benvenuti alla NHK!"
Un altro errore comune è confondere gli hikikomori con gli otaku おたく, appassionati in maniera ossessiva di prodotti della cultura popolare giapponese, tra cui anime, manga e videogames. L'otaku si isola perchè, spinto dalla sua passione, ama circondarsi solamente di ciò che riguarda i suoi interessi; un hikikomori, invece, si ritira dalla società per una scelta consapevole e dettata da un profondo disagio. Gli otaku possono essere hikikomori, ma non tutti gli hikikomori sono otaku.

Fa parte delle convinzioni parzialmente errate anche credere che tutti i soggetti si rinchiudano nella propria stanza e non parlino con nessuno, nemmeno con i propri genitori, dormendo di giorno e restano svegli la notte. È stato dimostrato che l’80% degli hikikomori in realtà esce in alcune precise circostanze, per esempio per andare in biblioteca o fare spese nel circondario.



In conclusione
Non esiste una cura immediata per questa condizione. L'approccio migliore richiede tempo e pazienza per instaurare con queste persone un rapporto di fiducia che, a poco a poco, le possa spingere ad abbandonare la loro condizione. Purtroppo, in un paese come il Giappone, in cui il numero di hikikomori cresce di anno in anno, al disagio sociale si aggiunge una concreta minaccia socio-economica,: non lavorando, queste persone non sono in grado di pagare tasse, assicurazione sanitaria e contributi per la pensione.

Il fenomeno è trattato anche da autori non giapponesi, come in "Shaking Tokyo"
del regista coreano Bong Joon-ho

Nel frattempo gli anni trascorrono e il futuro in cui queste persone non avranno più nessuno che si prenderà cura di loro è sempre più vicino.




Fonti:

1 commento:

  1. Intanto faccio i complimenti all'autore/autrice, perché l'articolo è davvero bello ed interessante.
    Sapevo di questo fenomeno, tuttavia ero convinta che gli Hikikomori non uscissero minimamente dalla camera e che il cibo glielo portassero i parenti o i genitori. Fortunatamente gran parte delle persone che soffrono di questa fobia sociale varcano l'uscio di casa, anche se per pochissimo tempo.

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