28 apr 2018

L’inesorabile declino della yakuza

Secondo l’annuale resoconto della JNPA (Japan’s National Police Agency) il famigerato cartello della mafia giapponese che vantava negli anni sessanta oltre 180000 affiliati, ha raggiunto nel 2016 il minimo storico di 39100 membri. 
Persino il gruppo della Rokudaime Yamaguchi-gumi 六代目山口組, il più forte e il più antico, ha visto snellire drasticamente le proprie fila raggiungendo “solo” gli 11800 iscritti rispetto ai 23400 del 2015. Il fenomeno affonda le proprie radici in un profondo cambiamento culturale del paese. Il progressivo mutamento della società e dei costumi, ha portato ad un lento ma inarrestabile restringimento del campo in cui la yakuza ヤクザ ha tradizionalmente avuto libertà d’azione. 

Membri della yakuza mettono in mostra i loro caratteristici tatuaggi (anonimo/Gettyimages)
Mai completamente illegale, serpeggiante nell’ombra, la Yakuza ha sempre ricoperto il ruolo di occulta forza regolatrice della criminalità, stabilendo tacite leggi, limiti, ordine, in un mondo altrimenti dominato dal caos, come una sorta di istituzione amministrativa dell’illegalità tollerata dallo stato. Il giro d’affari generato da estorsioni, ricatti, frodi fiscali, riciclaggio, prostituzione, pornografia, da tempo pare tuttavia non essere adeguato alle esigenze di mantenimento di una tale complessa organizzazione. Si sono venuti a creare quindi aspri dissidi interni tra coloro rimasti fedeli all’antico codice d’onore e quelli aperti ad intraprendere attività remunerative considerate poco nobili, come lo spaccio di droga e raggiri ai danni di anziani indifesi. Questa tensione interna ha portato inevitabilmente a scontri, scissioni in fazioni, degenerate in vere e proprie guerre che hanno ulteriormente indebolito la yakuza.

Un altro duro colpo è stato assestato anche dal progressivo inasprimento delle normative contro la criminalità organizzata. Nel 1990 il governo ha varato provvedimenti che hanno reso giuridicamente illegali molte delle attività della yakuza, prendendo nel mirino non solo i membri attivi, ma anche legittime aziende coinvolte in collaborazioni esterne. La Legge sulle Contromisure contro il Crimine organizzato del Giappone 暴力団対策法 boryokudan taisakuho, varata nel 2008, ne ha accelerato ulteriormente il processo di declino. Infatti i capi clan che da sempre hanno operato dietro le quinte come delle figure evanescenti al di sopra della legge, secondo le vigenti normative possono essere citati in giudizio a rispondere di azioni criminose anche se non compiute da loro direttamente, bensì da un qualsiasi subalterno iscritto all’organizzazione.

Gli scettici obbiettano che questo calo di consensi e di attività sia solo apparente. 
Molti giornalisti d’inchiesta parlano di un crescente numero di giso hamon 偽装破門, espulsioni fittizie di membri che in realtà, anche se non più affiliati, continuano ad operare nell’interesse del gruppo da cui provengono. Dalle informazioni che raramente trapelano al di fuori del Giappone, gli esperti evincono che ad un calo di controllo del mondo criminale propriamente detto, corrisponderebbe un progressivo rafforzamento delle sfere di influenza yakuza in ambiti meno sospetti come l’industria cinematografica, lo sport spettacolo, il settore immobiliare, la gestione del nucleare, e ovviamente la politica. 
Dopo tutto il drago forse non sta perdendo i propri artigli, ma solo mutando pelle.


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